Archivio Tomaso Filippi

La donazione all’I.R.E. che rappresenta uno dei lasciti culturali più importanti del Novecento.


Tomaso Filippi, nasce a Venezia nel 1852.

La sua avventura professionale, che si svilupperà per oltre cinquant’anni, comincia nel 1870 nel celebre atelier di Carlo Naya dove assume in pochi anni un ruolo significativo, tanto da diventarne, dodici anni dopo, alla morte del titolare, il direttore. Carlo Naya, piemontese di nascita, era giunto a Venezia verso il 1857 dopo un lungo viaggio, anche fotografico, seguendo le tappe del Grand Tour mediterraneo. Sino alla sua morte, avvenuta nel 1882, portò avanti un’attività di grande successo, una delle più note e apprezzate anche all’estero. Naya aveva portato con sé a Venezia un bagaglio della cultura dei paesi lontani dov’era vissuto, la sua lunga esperienza di fotografo (era stato titolare di uno studio a Istanbul) e un passato di grande viaggiatore.

Il suo erede Filippi dimostra fin da subito grandi capacità tecniche e un fine senso artistico che gli derivano dalla sua eredità genetica di figlio di tipografi e dal diploma in pittura conseguito all’Accademia di Belle Arti di Venezia. L’esperienza come direttore dello studio Naya si concluderà nel 1895. Filippi, ormai pronto per spiccare il volo, apre un suo primo negozio in Piazza San Marco, sotto le Procuratie Nuove.

Immaginiamo lo studio affaccendato nella quotidianeità delle ordinarie commissioni dei turisti, desiderosi di portarsi a casa l’album del proprio personale Grand Tour. A questi lavori che fanno da “sfondo” vengono ad aggiungersi commissioni particolari e incarichi di una certa rilevanza. Se non si sottrae, infatti, alla più tradizionale attività di fotografo “di piazza”, si dedica al contempo alla fotografia di documentazione con reportage di fatti di cronaca, campagne fotografiche del patrimonio museale e delle opere d’arte contemporanea. Ricordiamo, fra i tanti, il servizio che realizza in occasione del crollo del campanile di San Marco avvenuto la mattina del 14 luglio 1902. Negli stessi anni comincia la lunga collaborazione con i Civici Musei e le Regie Gallerie; è presente fin dalla prima edizione del 1895 dell’Esposizione Internazionale d’Arte divenendo il fotografo ufficiale di quella che diverrà poi la Biennale.

Di questa manifestazione Filippi sarà un testimone attivo per molti anni; col suo obiettivo documenterà, anno dopo anno, l’evoluzione e i mutamenti del mercato dell’arte e dei gusti del pubblico, fotografando i dipinti esposti insieme agli allestimenti nei padiglioni dei diversi Paesi che via via vengono costruiti negli spazi dei Giardini. L’ultima Biennale cui lavorò risale all’edizione del 1920. Ma era già dal 1910 che Filippi manifestava il suo disagio per un lavoro che gli risultava gravoso e logorante, oltretutto poco remunerativo.

Ben inserito nell’ambiente artistico in quanto diplomato all’Accademia, lavora a stretto contatto con i pittori suoi contemporanei con i quali ha modo di collaborare in occasione delle Esposizioni. Per Ettore Tito, in particolare, e per la cerchia dei pittori veristi, realizza riproduzioni e servizi fotografici delle loro opere e degli allestimenti, spesso ricoprendo il ruolo di intermediario con gli editori per la pubblicazione di “volumetti” d’arte contemporanea. Agli stessi artisti egli fornisce anche un ricco repertorio di scene di genere che Filippi “assembla”, come tableaux vivants, utilizzando uomini, donne, bambini, sistemati nelle più disparate pose e nelle più svariate acconciature, come modelli per il lavoro sulla tela.

Gli arrivano anche richieste di fotografia industriale e si dedica a un fotogiornalismo ante litteram di cui ci sono rimaste migliaia di vedute di strada su albumine di piccolo formato, realizzando servizi sulla vita cittadina, sulla povera gente della Venezia di allora, reportage che paiono arrivare da luoghi esotici, lontanissimi, e che invece testimoniano la vita di Chioggia, Pellestrina, Sottomarina, le isole della Laguna.

Nel 1915, quando la guerra parve inevitabile, il direttore generale delle Antichità e Belle Arti, insieme al Sovrintendente alle Gallerie del Veneto decisero che era giunto il momento di mettere al sicuro le opere d’arte esistenti in Città. Nel luglio dello stesso anno Filippi ricevette l’incarico di realizzare un servizio fotografico sugli interventi in corso. Il risultato fu una campagna fotografica che colpisce per il forte impatto emotivo.

È uno dei primi ad arrivare dopo lo sgancio di bombe austriache nella notte del 24 ottobre sulla chiesa degli Scalzi. La chiesa subisce una ferita mortale: i pregiatissimi 250 mq di soffitto affrescato da Giovan Battista Tiepolo, fra il 1743 e il 1750, è stato ridotto in frantumi: le fotografie di Filippi mostrano l’immagine di una distesa impressionante di macerie.

Intanto nel suo negozio a San Marco si continua a offrire ai clienti di passaggio un ricco catalogo fotografico di paesaggi, scene di genere e vedute, oltre a un notevole repertorio di stampe colorate realizzate dai professionisti del ritocco a imitazione esplicita della pittura.

La sua multiforme attività rappresenta al meglio la nuova figura che si va profilando, in quegli anni tra la fine dell’Ottocento e gli anni venti del secolo successivo, di fotografo di transizione fra il mestiere tradizionale e i nuovi orizzonti della produzione fotografica.

Tomaso Filippi muore, quasi centenario, nel 1948. La conduzione del negozio proseguirà per un anno soltanto, gestito da una delle sue tre figlie, rimaste tutte zitelle. Dalla chiusura dell’attività, l’intero archivio fotografico del padre rimarrà conservato e custodito dalle tre sorelle, quasi in uno stato di religiosa imbalsamazione, fra le pareti domestiche. L’ultima superstite, Elvira, nel 1981 lascerà tutti i suoi beni, archivio compreso, alla casa di riposo dell’I.R.E. dove si era ritirata in tardissima età e dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita. Questa donazione rappresenta per l’I.R.E. uno dei lasciti culturali più importanti pervenuti nel corso del Novecento.

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