Merletti

Tra le pratiche utili alla redenzione sociale e morale delle ragazze affidate alle opere di carità vi era la lavorazione di preziosi merletti ad ago.

Gran parte dei merletti di collezione I.R.E. è molto antica; alcuni risalgono alla fine del Cinquecento e pervennero all’istituto di appartenenza, il Pio Loco delle Penitenti, fondato agli inizi del xviii secolo, come modelli da copiare; altri, databili al ’700, testimoniano l’avvio di questa attività manifatturiera; altri ancora, ottocenteschi e del primo Novecento, rappresentano la continuità di una tradizione collaudata e operosa.

Si trattava, infatti, in origine, di dare alle giovani “penitenti” un’occupazione in grado di tenere la mente rivolta al bello e lo spirito elevato al di sopra della malinconia. Lasciavano alle spalle, queste giovani, le brutture di una vita degradata e cercavano rifugio nell’istituto organizzato da un gruppo di laici ispirati dal patriarca Giovanni Badoer.

Tra i primi animatori della nuova istituzione vi era Elisabetta Rossi, originaria di Burano, donna di provati costumi e mossa da autentico spirito di carità, che introdusse tra le pratiche utili alla redenzione sociale e morale delle ragazze a lei affidate la lavorazione dei preziosi merletti ad ago. Con felice intuizione, Elisabetta aveva ricalcato alle Penitenti l’iniziativa del fratello Francesco, sacerdote, che aveva fondato a Burano la prima scuola del merletto.

Il lavoro ad ago rientrava tra gli impegni assegnati quotidianamente alle fanciulle; si faceva riferimento a questo tipo di attività anche con il termine di “tasca”, vocabolo mutuato dalla tasca del grembiule femminile, ma anche dal sacchetto dato in dotazione a ogni ragazza, all’interno del quale veniva riposta la quantità di filo necessaria al lavoro della giornata (questo termine, che troviamo con la stessa radice nelle lingue francese e inglese, passò poi a significare generalmente il compito di lavoro).

direttamente il prezzo dei merletti, perché compito esclusivo dei governatori dell’ospedale: i manufatti erano molto richiesti, grazie alla loro lavorazione raffinata e al materiale prezioso impiegato – oro e argento – e spesso erano destinati alla confezione di capi di abbigliamento per nobili e regnanti. Lo testimoniano i documenti archivistici, come i libri contabili di Bartolomeo Cargnoni, merciaio “all’insegna dello Struzzo”, grande benefattore dell’Ospedaletto che di lui conserva i ritratti in pittura di Daniel van den Dyck e in scultura di Bernardo Falcone: la sua attività commerciale di stoffe e merletti, assai redditizia, rispondeva appieno alle esigenti richieste del patriziato veneziano e dei nobili di Terraferma, ma anche di cardinali e principi di altri Stati italiani; tra le “maestranze da merli d’oro” che a Venezia fornivano il suo negozio, figurava anche la Casa delle Zitelle. La bravura delle ragazze di questo istituto, ricorda Doretta Davanzo Poli nel saggio sulla storia dell’arte del merletto, era tale che a due di loro fu affidata l’esecuzione di un collare fatto di capelli bianchi, che Luigi xiv indossò il giorno della sua incoronazione.

Questo sito utilizza i cookie, se acconsenti all’utilizzo continua a navigare, per maggiori informazioni visita la nostra Privacy & Cookie Policy. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close