Johann Carl Loth
(Monaco di Baviera 1632 – Venezia 1698)

Apollo e Marsia

1684-1685 ca olio su tela, cm. 131 x 167

Non solo i temi sacri, ma anche i temi biblici rientravano fra i temi preferiti del pittore bavarese, interpretati sempre attraverso il filtro del naturalismo dei pittori “tenebrosi” post caravaggeschi: il napoletano Luca Giordano, lo spagnolo Juseppe de Ribera e il genovese Giovan Battista Langetti, suoi ispiratori.

Johann Carl Loth - Apollo e Marsia

La tela appartiene alla collezione “Nani Donà” e viene catalogata da Charles Edwards (il più accreditato antiquario e mercante d’arte nella Venezia di fine Settecento) nella sua perizia di stima del 1790, come di «Carlo Loth […] Appolo e Marsia, consunto nelle mezze tinte e annerito».

Il dipinto si può cronologicamente collocare nella prima metà degli anni ottanta del Seicento, caratterizzata com’è dal bilanciato e raffinato rapporto fra le figure e fra queste e il paesaggio che si apre alle loro spalle.

Il soggetto è tratto dalle celebri Metamorfosi di Ovidio, là dove si racconta di Marsia, uno dei satiri al seguito di Bacco, eccellente suonatore di flauto, ma sfortunato nell’aver trovato e tenuto con sé proprio quello gettato via dalla dea Minerva – che di questo strumento era stata l’inventrice – offesa e adirata perché tutto l’Olimpo l’aveva derisa per le sue gote gonfie nell’atto di suonare. Sullo strumento, perciò, gravava la maledizione della dea, che non tardò a manifestarsi quando la presunzione del satiro, che si considerava un abile musicista, irritò Apollo che lo sfidò in una gara “flauto contro cetra” e ne uscì vincitore, infliggendo a Marsia una punizione assai crudele: legato a un albero, venne scorticato vivo.

Il pittore non si sofferma qui sull’aspetto truculento del supplizio, ma sceglie di descrivere la scena della gara musicale dove sono messe a confronto l’elegante figura di Apollo, che all’estremità sinistra della tela, serafico, suona la cetra, in contrasto con il corpo nerboruto del satiro, privo delle caratteristiche caprine con le quali solitamente veniva raffigurato, ma ugualmente deforme.

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