Jacopo Marieschi
(Venezia, 1711-1794)

La Madonna e san Lorenzo Giustiniani in gloria

1743 olio su tela, cm. 330 x 330

Le fonti storiche si dimostrano concordi nell’attribuire a Jacopo Marieschi questa raffinata tela che arricchisce il soffitto della navata di Santa Maria delle Penitenti, dov’è raffigurato san Lorenzo Giustiniani – da poco elevato alla gloria degli altari e contitolare della chiesa – in atto di inginocchiarsi al cospetto della Vergine Maria che sembra attenderlo con sguardo benevolo. Tutto intorno volteggiano i putti, uno dei quali regge il pastorale del Santo. Gli atteggiamenti naturali dei personaggi – compreso quello di Gesù che sembra volersi gettare tra le braccia di san Lorenzo – conferiscono a tutta la composizione un’aura di serenità, accentuata dall’adozione di moduli figurali eleganti, dall’uso di timbri cromatici chiari e delicati, dalla ricerca di ritmi e cadenze dolcemente legati. Ne risulta un esito toccante, in bilico fra accenti ancora sentiti di “barocco” e la ricerca di una pittura di tocco densamente materica e carica di potenzialità espressive.

Jacopo Marieschi - La Madonna e san Lorenzo Giustiniani in gloria

Appare chiaro come il ciclo pittorico delle Penitenti si ponga come un’ulteriore testimonianza del culto, così fortemente sentito nel Settecento, nei confronti di san Lorenzo Giustiniani, conquistando un posto di primo piano nella storia dell’iconografia di questo personaggio; iconografia che proprio in quei decenni aveva conosciuto un forte incremento: non dobbiamo infatti dimenticare che solo cinquant’anni prima il Giustiniani (1381-1456), primo patriarca di Venezia, era stato dichiarato Santo da papa Alessandro viii – il veneziano Pietro Vito Ottoboni – dopo un iter processuale protrattosi per più di due secoli.

Nella realizzazione del dipinto, databile con certezza al 1743 sulla base della lettura dei documenti ritrovati negli archivi dell’I.R.E., Jacopo Marieschi dimostra di avere ben presente il soffitto con la Vergine del Carmelo che Gaspare Diziani – suo maestro e del quale divenne quasi un alter ego – aveva dipinto una quindicina d’anni prima per la parrocchiale di Borbiago (Venezia). Nonostante ciò, il nostro pittore dimostra di avere ormai intrapreso una propria strada e di sapersi esprimere con mezzi autonomi, acquisendo nuovo slancio compositivo mediante il dinamismo delle figure che si muovono nello spazio.

Proprio nella resa delle figure, l’artista veneziano sembra accostarsi molto di più alla lezione di Sebastiano Ricci che a quella del contemporaneo Giovan Battista Pittoni, e questo emerge soprattutto nell’atteggiamento delicato dei personaggi. Ne risulta una composizione caratterizzata da una spiccata finezza formale, dove il colore lieve, tenuo e disteso, contribuisce a “riscaldare” la luce diffusa che avvolge i personaggi.

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