Pathways

Pathways

a cura di Gianluca Ranzi
10 settembre – 10 ottobre 2021

Donald Martiny è un artista americano, attualmente residente nello Stato di New York dove è molto conosciuto in quanto ha avuto l’onore d’inserire due sue grandi opere nell’atrio del nuovo World Trade Centre.

Le sue opere sono collezionate nei musei, nelle collezioni pubbliche e in quelle private.
Se da una parte aveva già avuto modo di esporre in altre gallerie italiane ed europee, la mostra “Pathways” è, invece, la sua prima esperienza nella città lagunare.

La sua galleria di riferimento è l’Artea Gallery di Alessandro De Ponti che si trova a Milano.
Il suo lavoro è influenzato dal contesto storico in cui è cresciuto, in particolare dalle avanguardie americane. Negli anni ’50 in America predominavano l’espressionismo astratto o l’action painting.
L’action painting significa pittura di azione e si riferisce al modo veemente, materico e corposo con cui il colore veniva sparso sulla tela, come una propria e vera azione del corpo.

Questi artisti non usavano pennelli, ma direttamente il movimento del braccio (si pensi ad esempio al dripping di Pollock). Un’altra caratteristica degli esponenti dell’action painting era che questi ultimi lavoravano in orizzontale, con la tela appoggiata sul pavimento.

Anche Martiny lavora in orizzontale, però le analogie finiscono qui.

La generazione dell’espressionismo astratto usciva dalla guerra e portava tutto il proprio io, la propria drammaticità e la buttava sulla tela.

Questo elemento di drammaticità si perde nell’arte di Donald: l’artista si libera della tela, del telaio e di ogni supporto e dipinge direttamente su di una superficie, sul terreno, direttamente con il colore, che poi viene messo a muro una volta che si è seccato. L’opera è autonoma, il colore vibra di per sé.

Una volta che le sue pennellate sono appese al muro queste devono integrarsi con l’ambiente circostante, adattandosi allo spazio e relazionarsi con l’osservatore: in molte opere ci sono dei varchi che lasciano affiorare il muro; l’opera si integra con il muro e il muro diventa parte dell’opera, qualcosa che vive nell’ambiente.

L’opera di Martiny è un’opera architettonica, volumetrica e ha a che fare con lo spazio e con le persone che vi si muovono all’interno.

La tecnica utilizzata è l’acrilico con una componente segreta nella miscela del colore che gli consente di dare elasticità alla pittura in quanto a lui interessa che rimangano anche tutte le caratteristiche della pennellata (sgocciolamento, lacerti di colore…)
La componente segreta gli permette di creare impermeabilità nei colori: questi mantengono la loro autonomia anche nei punti in cui si mescolano.

È da sempre innamorato di Tintoretto, uno dei pittori che ha da sempre lavorato sulla velocità del gesto e in generale, molto attento alla pittura veneta.

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